I mercati globali alla sfida delle autonomie

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I mercati globali alla sfida delle autonomie

Le istanze di autonomia di diverse regioni del mondo sono da molto tempo uno dei temi caldi della geopolitica internazionale. Specialmente le regioni di confine, o quelle più ricche (a volte le due cose coincidono) tendono a manifestare volontà indipendentiste o quantomeno di autonomia decisionale soprattutto sulle tasse e sulla spesa pubblica.

Da molti anni si trascina la situazione del Tibet. A partire dal 1959, infatti, questa regione montuosa della Cina ha proclamato duramente la sua voglia di indipendenza, con una rivolta sedata dai cinesi nel sangue e costata la vita a oltre 60 mila tibetani. Da quel momento la massima autorità religiosa del Tibet, il Dalai Lama, è in esilio dalla sua terra. Ovviamente la situazione attuale non è certo pacificata, ma spesso ci si dimentica del Tibet e lo si considera una questione pressoché archiviata.

La sfida della Catalogna
A incendiare gli animi nell’ultimo periodo, invece, è stata la questione catalana. La Catalogna, ovvero la regione spagnola a nord est dove sorge anche la città di Barcellona, da moltissimo presenta al governo centrale le sue richieste di indipendenza. I catalani sono sempre stati molto fieri della propria identità, tanto da trasportarla anche su un piano linguistico: in quella regione si parla il Catalano, lingua di derivazione latina diversa dallo spagnolo castigliano. Il Catalano è lingua ufficiale anche negli insegnamenti scolastici e universitari.

BARCELONA, SPAIN - SEPTEMBER 11: People partaking in a rally in support for the independence of Catalonia on September 11, 2016 in Barcelona, Spain, during its National Day

Ma perché la Catalogna vuole l’indipendenza, e quali sono i giusti mezzi che Madrid può adottare per concedergliela

La regione catalana ha beneficiato enormemente della comparsa di una costituzione democratica nel 1978. Grazie ad essa ci sono state numerose questioni nelle quali la Catalogna ha ricevuto piena autonomia, come ad esempio la sicurezza, con i corpi catalani dei Mossos d’Escuadra.

Inoltre, la Catalogna è una delle regioni a più alta densità industriale di tutta la Spagna: qui c’è un’alta produttività di beni e servizi che producono decine di miliardi di euro di tasse, ovviamente ripartite nel loro utilizzo su tutto il territorio nazionale. Con l’indipendenza, la Catalogna guadagnerebbe quei soldi di tasse e li dovrebbe spendere per amministrare sé stessa, un territorio molto piccolo, divenendo estremamente ricca: ecco perché sta spingendo per l’indipendenza a tutti i costi.

Durante il referendum del 1 ottobre ci sono stati scontri violentissimi tra la Polizia e le persone che intendevano votare per l’indipendenza: le violenze sono entrate anche dentro i seggi, da dove molti poliziotti sono stati filmati mentre trascinavano letteralmente le persone fuori di peso trasportandole per i capelli. Il problema del referendum per l’autodeterminazione (questa la parola in catalano, che corrisponde alla nostra indipendenza) della regione è che è stato indetto dalla Generalitat de Catalunya, cioè il parlamento catalano. Da Madrid, tuttavia, è stato dichiarato incostituzionale: sulla Costituzione del 1978, infatti, è vietato che una regione richieda o voti l’indipendenza.

La domanda che sorge spontanea è: a quale pro abbandonarsi a violenze di quel tipo se il referendum non sarebbe stato comunque valido?

Lo strumento migliore per garantire uno svolgimento onesto di questa questione è sicuramente la legalità. Il governo di Madrid potrebbe garantire lo svolgimento del referendum senza un clima di terrore, per poi esaminarne le istanze attentamente ed eventualmente dichiararlo incostituzionale. In questo modo si potrebbero evitare bagni di sangue e un’opinione pubblica internazionale fortemente critica. Qualora, invece, Madrid dovesse accettare il referendum e la conseguente autonomia della Catalogna, allora si tratterebbe di cambiare la costituzione: un lavoro certamente molto più ingente e oneroso.

mercati

Quali effetti sui mercati globali?

Bisogna anche tenere conto degli effetti di questa rivoluzione nei mercati globali: il cosiddetto “effetto Catalogna” ha investito le Borse di tutto il mondo. Alcuni giorni dopo il referendum, l’indice spagnolo Ibex ha guadagnato l’1,36 generando un clima tendenzialmente di rialzo generale. Anche lo Spread è calato a 172 punti, decretando la fine dei terremoti seguenti al referendum catalano.

Insomma, il referendum in Catalogna ha aperto moltissime questioni economiche, politiche e sociali che vanno risolte solo nel solco della legalità affinché si instauri un dialogo tra governo centrale e regione.

Una piccola curiosità: il referendum ha prodotto effetti anche sul piano calcistico, importantissimo per gli spagnoli. Gerard Piqué, uno dei calciatori del Barcellona, ha manifestato la sua intenzione di supportare le istanze indipendentiste.

Se la Catalogna si separasse, però, questo decreterebbe l’uscita del Barcellona dal campionato spagnolo, e di fatto la sua rinuncia al piano di prestigio mondiale che si è guadagnata la squadra. Cosa accadrà?

 

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